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Associazione Sportiva Dilettantistica
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HELSINKI
CITY MARATHON – 20 AGOSTO 2011 Ebbene sì! Ho concluso la mia nona maratona. Non credevo sarei riuscita a raggiungere questo importante traguardo quando ho cominciato ad affrontare un percorso così lungo, a New York, il 4 novembre del 2007. Da quel momento ho capito che potevo farcela e ho continuato a correre senza fermarmi, disposta ad affrontare qualsiasi fatica pur di riprovare l’emozione dell’arrivo, consapevole di essere riuscita a portare a termine un’impresa che appariva folle e impossibile. Le successive maratone non hanno certo mancato di trasmettermi la stessa quantità di emozioni e fatica. Se penso a Stoccolma, Praga e Barcellona, alla partecipazione del pubblico che ti sostiene fino alla fine, anche quando vorresti mollare, non mi pento di avere scelto questo stile di vita. Anche le tre che ho corso a Palermo, nella mia città, tra il verde della Favorita e l’arte del centro storico le ho gustate fino alla fine, fino all’arrivo in via Libertà dove trovavo mio marito ad attendermi, compagno di vita e di corsa.
La
decisione di partecipare ad Helsinki il 20 agosto
è stata ben ponderata. Difficile fare degli allunghi nel periodo estivo.
Le temperature elevate a partire già dal mese di maggio in Sicilia consentono
di arrivare a un’ora – un’ora e mezza massimo. Insieme a Franco siamo
quindi partiti il 19 agosto alla volta di una città che prometteva scenari ed
emozioni uniche, consapevoli di aver sì corso sempre ma per periodi brevi e
senza una vera preparazione alle spalle. Coi pochi chilometri nelle
gambe che ci ritrovavamo abbiamo comunque deciso di affrontare questa
impresa. La gara cominciava alle 15:00 di sabato 20. I paesi scandinavi
preferiscono sempre il pomeriggio di sabato alla mattina di domenica, forse per
la maggior partecipazione di pubblico da loro considerato fondamentale per il
corridore. Già a Stoccolma avevo vissuto questa esperienza che non si era però
rivelata positiva per il mio organismo, più pronto e scattante al mattino. La
partenza è stata data dal ministro dello sport finlandese, un uomo
dall’aspetto giovane e atletico, vestito in modo casual che ha riferito il suo
messaggio in cinque lingue diverse con estrema scioltezza e naturalezza
(finlandese, svedese, inglese, tedesco e francese). Ci è dispiaciuto che non lo
avesse fatto in italiano, ma lo abbiamo perdonato! Durante il suo discorso ha
accennato alla difficoltà del percorso e alla giornata ventosa.
L’intervistatore ha sottolineato che tutte le maratone sono dure, ma
quell’accenno non faceva presagire niente di buono. Il
tragitto prevedeva i primi due tre chilometri nelle vicinanze dello stadio
olimpico, una discesa verso il centro di Helsinki per poi risalire e toccare il
territorio della baia fatto di isole e penisole all’interno del mar Baltico.
Da queste, attraverso ponti, si toccava la zona del porto di Helsinki per
ritornare sulle isole della parte meridionale e affrontare gli ultimi dieci
chilometri con arrivo dentro lo stadio olimpico. L’inizio
è stato come al solito abbastanza tranquillo. Per i primi dieci chilometri ho
cercato di mantenere il mio solito passo con i miei 6 minuti costanti riuscendo
a concentrarmi sulla bellezza dello spettacolo naturale che mi si apriva
davanti. Credo sia importante tenere la mente occupata con qualcosa, un metodo
che seguo sin dalla mia prima maratona a New York. La testa è più importante
delle gambe in un percorso così lungo, non bisogna mai cedere ma trovare forme
di compromesso con il proprio corpo. Nonostante
gli scenari mozzafiato, la difficoltà di correre con 20° C gradi e con un
vento contrario ha cominciato ben presto a influire sul ritmo. Fino a metà
percorso potevo ancora fare previsioni sul tempo di arrivo: ben presto, come
spesso avviene, mi sono concentrata solo sull’arrivo. Franco, molto più
avanti rispetto a me, provava contemporaneamente le stesse sensazioni. Dopotutto
non corriamo le maratone per fare tempi eccezionali. Non siamo dei campioni e
non siamo più giovanissimi: perché sottoporre il nostro corpo ad uno stress
che potrebbe solo danneggiarci il fisico? Concludere una maratona è già un
successo di per sé e mal
sopportiamo la solita domanda che ci viene sempre posta al nostro ritorno di
“Ma in quanto l’hai finita?” La
seconda parte è stata la più difficile e la bellezza del panorama non sempre
riusciva ad attenuare la fatica. Numerose le salite, spesso ripide. Sono
riuscita a resistere fino al 28° senza cedere, ma poi ho camminato per quasi un
chilometro. Questo mi ha dato la possibilità di sciogliere i muscoli per
riprendere con rinnovata energia. Speravo di poter continuare in questo modo,
fermandomi solo per i rifornimenti, ma dopo il 33° le crisi sono ricominciate.
Ricordo di aver camminato tra il 38° e il 39°, incoraggiata
dallo staff che mi ricordava che la maratona era quasi finita. Invece mancavano
gli ultimi chilometri, quelli più duri, quando le gambe sono solo un peso che
ti trascini dietro e credi di andare a un passo sostenuto mentr, senza
accorgertene, stai procedendo molto lentamente.
L’organizzazione
della Helsinki City Marathon è stata fantastica. Un’assistenza continua ci ha
accompagnato sempre, numerosi i rifornimenti, forse eccessivi. Difficile
resistere alla tentazione di fermarsi, anche solo per un minuto, per bere acqua
o sali. Va pure detto che durante ogni maratona, e in presenza di un vento così
forte, la disidratazione è un rischio da non correre.
E
infine è giunto l’ultimo chilometro. Da lontano si intravedeva già la sagoma
dello stadio olimpico, ma un’altra salita ancora ne rendeva difficoltosa la
conclusione. Un gruppo di 4 italiani che negli ultimi chilometri mi aveva
fiancheggiato, superandomi e rallentando con ritmo alterno si è improvvisamente
preso per mano gridando: “Forza che la finiamo a 4:53”. Con un ultimo
scatto, che forse loro stessi non credevano di possedere, sono entrati
trionfalmente dentro lo stadio, mentre io arrancavo dietro. Lo speaker,
riconoscendone la nazionalità dalla maglia Terramia, li ha accolti
trionfalmente con “L’Italiano” di Toto Cutugno e questo sottofondo ha
accompagnato pure il mio arrivo a 4:54. Franco
l’aveva già conclusa a 4:06. Speravo di trovarlo ad attendermi ma l’avrei
rivisto più tardi e dopo aver rifatto, dolorante e malconcia, il giro dello
stadio per notare tra gli spalti due persone a me conoscenti, mio marito e mia
figlia, intenti a fotografare gli arrivi e consapevoli di essersi comunque perso
il mio. Pazienza! Vorrei
poter concludere riassumendo in poche parole l’importanza di questa esperienza
per me e Franco, la ragione che sta dietro alla decisione di correre quasi ogni
giorno, di partecipare a una maratona consapevoli di ridursi dolorante e coi
piedi rovinati e sanguinanti. Difficile rendere in poche parole una serie di
emozioni che sono comunque personali e diverse per ognuno di noi. Si corre per
vivere, per restare in forma e combattere il trascorrere degli anni o si vive
per correre? Si partecipa a una maratona internazionale, affrontando difficoltà
organizzative di ogni tipo, semplicemente per correre o per conoscere luoghi,
abitudini e stili di vita diversi dal nostro, ampliando i nostri orizzonti verso
nuove realtà? Credo che questa esperienza, come quelle precedenti, racchiuda
tutto questo e mi auguro che il buon Dio possa regalarci ancora tante di queste
emozioni per molti anni ancora. Quando concludiamo una maratona, sia
all’estero che qui a Palermo, io e Franco ci sentiamo sempre distrutti, a tal
punto da dire “Basta!”, “Ci fermiamo qui.”: dopo due giorni stiamo già
programmando quella successiva. Lucia
Lo Bianco
Il nostro maratoneta Antonio Lo Bianco Cari
colleghi maratoneti,
New York Marathon: io c'ero!
Dopo un lungo e duro
allenamento, ho concluso la mia prima maratona, la più famosa, la più
importante, in 4 ore e 35 minuti (tempo ufficiale 4 ore e 37). Le
settimane che hanno preceduto quello che per molti amatori è un importante
traguardo sono state cariche d'ansia e tensioni non indifferenti. La paura di
non farcela o, ancora peggio, di sottoporre il corpo ad uno sforzo eccessivo mi
hanno accompagnato fino al giorno tanto atteso. Alla partenza, sul ponte di
Verrazano, eravamo in 40.000: l'emozione è stata fortissima. Trovarsi insieme a
tanta gente, tanti paesi e lingue diverse, al centro del mondo quindi, non è
cosa da poco. Poi c'é l'entusiasmo della gente, i bambini educati già da
piccoli a considerare un evento sportivo di una tale portata come una festa cui
tutti debbano partecipare, con canti, musica e offerte di cibo ai corridori. Gli
abitanti di New York dimostrano come sia possibile vivere la maratona non solo
da corridore ma anche da semplice spettatore impegnato ad incoraggiare chi non
riesce ad andare avanti.... Tuttavia il solo entusiasmo
del pubblico non può bastare a a far concludere una maratona. I sorrisi e le
esortazioni della gente possono sicuramente riuscire ad agire a livello
psicologico ma l'allenamento è necessario e le gambe devono essere abituate a
percorrere diversi chilometri prima di intraprendere un'impresa del genere!
D'altra parte, la partecipazione del pubblico è molto importante e potrebbe
contribuire ad innalzare il livello delle manifestazioni sportive di casa
nostra. Pensiamo infatti quanto nelle nostre città la forzata chiusura
delle zone del centro al traffico faccia impazzire gli automobilisti inducendoli
ad imprecare contro i corridori, invece di applaudirli. Siamo molto lontani da
New York ma un pizzico d'esempio non guasterebbe per farci cambiare e vivere una
volta tanto una domenica diversa dal solito.
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Per informazioni telefona al 333 9855881 oppure SCRIVICI!!!Aggiornato il: 11 novembre 2011 |